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Blogger: Supermario

martedì, 05 giugno 2007
IL CINEMA ITALIANO CHE LENTAMENTE NON MUORE

In Italia esiste un cinema asciutto, dalla matrice (neo)realista, e dalle immagini dolorosamente limpide. Un cinema fatto con niente. Come quello del primo Garrone (Ospiti, Terra di mezzo), di Marra (Vento di terra), di Munzi (Saimir), di Vicari (Il mio paese). Come quello di Moroni, che sposta la macchina da presa ancora più in profondo, ancora più vicino nella realtà intorno: il suo Le ferie di Licu è un documentario elevato a cinema, o viceversa. È una trance de vie raccolta con pazienza e attenzione, per raccontare una delle tante esistenze a margine (ma non necessariamente emarginate), una delle tante differenze che quasi invisibilmente si mescolano al nostro quotidiano.
Moroni filma la vita senza schematizzare il giudizio, senza ricondurre ai soliti assiomi e ai soliti paternalismi: Licu è bengalese, si muove nel nostro mondo ma lo attraversa come in un luogo diverso. In questo senso emblematico è il confronto con la giovane indossatrice romana, con le sue pacchiane domande sull’Islam (la religione del giovane bengalese), con la sua emancipazione sovraesposta. La sequenza in cui la ragazza italiana indossa, per fare un favore a Licu, un tipico vestito della tradizione bengalese palesa proprio questo: quel vestito racconta di altri gesti, altri sguardi, altre timidezze. L’occidente, se se ne appropria, lo rende sensualmente kitch, grazioso e quindi svuotato.
Licu in tutto questo si trova come lasciato a metà: da una parte l’occidente, che comunque non vuole rifiutare (orgoglioso racconta infatti la sua passione per la moda e i vestiti italiani), dall’altra la tradizione, che forse non si comprende più nel profondo, ma in cui si custodisce il proprio senso (per questo Licu accetta il matrimonio combinato con Fancy voluto dalla madre e dalla famiglia).
In questa frizione, in questo strappo è seminata la vita di Licu, e dei molti emigranti che scelgono l’occidente, che è asfalto anziché terra, cavi scuri che tagliano il cielo, tetti alti cosparsi di antenne metalliche. E quando la macchina da presa si fa lo sguardo di Fancy, chiusa in casa da sola ad aspettare il marito, ce ne accorgiamo anche noi. I diciotto anni di Fancy trascorsi in Bangladesh non le hanno insegnato i palazzi in cui si ammassano gli immigrati, né il lavoro per turni senza respiro, né il rimanere sola a guardare Roma attraverso i vetri.
Così è l’Italia che non vediamo, che non sappiamo. Ma Moroni evita patetismi, né indugia in lezioncine e facili considerazioni. Tutto è affidato alla macchina da presa, alla sua volontà, quasi. Una macchina da presa mai occultata, mai invisibile: molti sono i riferimenti alla presenza della camera che Moroni ha scelto di non tagliare, quasi a sottolineare ancora la realtà delle immagini, che non sono verosimiglianza, che non sono fiction spruzzata di realismo.
Così come nulla hanno a che fare con la fiction gli sguardi degli immigrati, per lo più cinesi, che lavorano con il giovane bengalese. In particolare vi è una sequenza in cui la macchina da presa di Moroni riesce a cogliere in profondo: il momento in cui Licu, insieme alla bella Fancy, torna nella casa romana. Ad accompagnarlo c’è un suo collega cinese. Questi osserva la felicità di Licu, i suoi sorrisi infantili, lo sguardo basso ma dolce di Fancy. Osserva il loro essere famiglia. E nel suo sguardo, impossibile da descrivere o da immaginare, appare per un attimo tutta la malinconia del sapersi niente, corpo senza nome né dimensione. Gli ultimi, li definirebbe qualcuno in maniera inutilmente poetica. Più semplicemente gli altri.
E in questo essere altro Licu è fortunato: sopravvive con dignità, può tornare nel suo paese d’origine per il matrimonio, può sognare. Ma non può ricucire lo strappo tra il suo mondo e il presente, tra la sua diversità e ciò che lo circonda. Fancy è costretta a lunghissimi pomeriggi lasciati soli (secondo una tradizione molto possessiva e autoritaria della coppia), Licu è costretto alle piccole infelicità di un matrimonio combinato, insieme sono costretti a reinventarsi per non essere dispersi.

Come ci racconta la bella, e delicatamente simbolica, sequenza finale: Licu e Fancy che si muovono con difficoltà su una pista di ghiaccio nell’inverno romano. Si tengono stretti, mentre in cielo si squarciano i fuochi d’artificio. Mentre intorno si festeggia un capodanno che non è il loro. A Roma sta morendo il 2005. In Bangladesh si è già festeggiato l’arrivo del 1413.

GIUDIZIO

***





 


 


Postato da: Supermario a 08:54 | link | commenti (1)
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